Rilevazione degli errori di Assegnazione Siti ad Aree in IE impostati tramite Group Policy (Event ID 1805)

 

In Internet Explorer è la Sicurezza del browser è strutturata in 4 aree Internet / Intranet Locale / Siti Attendibili / Siti Con Restrizioni, per ognuna di queste aree è possibile la gestione delle impostazioni di sicurezza in modo indipendente.

 

Figura 1 Aree di Sicurezza di IE

L’appartenenza di un determinato sito ad un’area avviene inserendo direttamente l’url del sito all’interno di un elenco impostato nel browser (elenco che è disponibile per ogni area)

Figura 2 Assegnazione di un Sito ad un’Aera

Nella dichiarazione di un sito è possibile utilizzare caratteri jolly ed i vari nomi ma con una serie di vincoli. E’ anche possibile dichiarare un singolo indirizzo ip ( 10.0.0.1) oppure un range di indirizzi ( 10.0.0.1-100).

È inoltre possibile indicare un protocollo specifico per discriminare l’assegnazione ad un’area specifica includendo anche il protocollo stesso.

Nel momento in cui viene introdotto un valore questo viene automaticamente verificato in modo da evitare che il comportamento del browser non sia corretto. Ad esempio se viene impostato https://blogs.technet.microsoft.*com, che non è sintatticamente corretto, viene presentato il seguente messaggio

Figura 3 Warning Relativo ad un Errore Formale di Dichiarazione ( LOCALE )

 

Questo controllo è disponibile quando vengono inseriti i valori all’interno delle impostazioni del browser, in quanto viene effettuata la conversione in chiavi di registro delle impostazioni di IE dal browser stesso.

 

Gestione delle Assegnazioni tramite GPO

Nel momento in cui si effettua la gestione dell’ambiente di sicurezza direttamente dalle GPO, viene perso il controllo sulla correttezza del valore digitato, questo verrà passato al client all’atto dell’elaborazione della GPO, e solo in questo frangente verrà eseguita la conversione del valore impostato nella Group Policy verificandone la correttezza.

Nel caso venga impostato un valore in modo non corretto, e quindi non gestibile dal browser, viene riportato un evento ID 1085 all’interno del registro eventi della postazione.

 

Figura 4 Dichiarazione Errata nella GPO

Figura 5 Event ID 1805 Riportato sulla Postazione

 

Il registro tuttavia non riporta in modo puntuale dove è stato rilevato l’errore, nemmeno leggendo i dettagli dell’evento stesso.

Figura 6 Dettaglio Evento

 

Il livello di dettaglio che possiamo rilevare è nella descrizione dell’errore relativamente alla dicitura “Parametro non corretto”

Anche effettuando una “forzatura” tramite il comando GPUPDATE /FORCE sulla postazione otteniamo un avviso di errore

Figura 7 Comando Gpupdate

Tramite il tool di diagnostica GPRESULT /H <NomeFileDiOutput.html> possiamo ottenere informazioni più circostanziate e precise contenute all’interno del file di output.

A questo punto il report generato dal comando è disponibile nel file html e da qui è possibile verificare quali impostazioni sono state “passate” dalla GPO al client ed approfondire l’indagine.

Figura 8 Report in Formato HTML

Non viene tuttavia indicato quale sia il valore che genera l’errore.

 

IE Zone Analyzer TOOL

Uno strumento ulteriore per la diagnostica dei problemi legati a questo tipo di impostazioni è Zone Map Viewer
che è stato rilasciato ormai da alcuni anni ma ( sebbene non sia disponibile una informazione ufficiale di compatibilità con i sistemi recenti ) è ancora utilizzabile per la rilevazione delle impostazioni del browser.

Questo tool riporta la configurazione attiva sul browser tramite la funzione “Zone Map Viewer”

Figura 9 IE Zone Analyzer TOOL

 

E in dettaglio le impostazioni valide, che per differenza rispetto a quelle impostate tramite la GPO, individuano il settaggio non valido, in questo esempio https://www.bing.*com è il valore che non essendo coerente con i vincoli imposti dal browser, genera l’errore in applicazione della GPO, tramite Zone Analyzer infatti è applicato esclusivamente http://www.google.com

 

 

Figura 10 Report delle Impostazioni Effettivamente Attive

 

 

Riferimenti

https://blogs.msdn.microsoft.com/askie/2016/04/05/description-of-event-id-1085-from-internet-explorer-zonemapping/

https://blogs.technet.microsoft.com/fdcc/2011/09/22/iezoneanalyzer-v3-5-with-zone-map-viewer/

https://blogs.technet.microsoft.com/fdcc/2011/09/22/internet-explorers-explicit-security-zone-mappings/

 

 

 

 

 

 

Credssp vulnerabilità descritta in CVE-2018-0886

 

A partire da marzo 2018 secondo questo bollettino di sicurezza viene risolta la vulnerabilità relativa al Credential Security Support Provider protocol (CredSSP)

Con l’aggiornamento di sicurezza di maggio, installato sui vari sistemi che accedono in RDP ad un server non aggiornato, può essere visualizzato il seguente messaggio di errore

20180510-Credssp-Error

in quanto le seguenti KB

  • KB4103718 (Windows 7 Service Pack 1, Windows Server 2008 R2 Service Pack 1)
  • KB4103725 (Windows 8.1/Windows Server 2012R2)
  • KB4103726 (Windows Server 2012)
  • KB4103727 (Windows 10 version 1709)
  • KB4103723 (Windows 10 Version 1607, Windows Server 2016)

“forzano” client ad effettuare un collegamento in RDP esclusivamente verso server su cui sono state installate le patch di sicurezza rilasciate a marzo 2018 che risolvono la vulnerabilità.

l’evento è anche rilevabile sul client dove si è ottenuto l’errore, consultando il registro eventi di Sistema e rilevando l’error ID 6041 LSA

20180510-Credssp-Error-EventvWr

Con l’aggiornamento di sistema viene introdotta una chiave registry che è possibile modificare al fine di accedere ai server non ancora aggiornati, e per i quali risulta difficoltosa l’installazione della patch.

Essendo necessario un riavvio, la sua esecuzione può non essere immediata

[HKEY_LOCAL_MACHINE\SOFTWARE\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Policies\System\CredSSP\Parameters]
“AllowEncryptionOracle”=dword:00000002

E’ fortemente consigliato di utilizzare il workaround riportato sopra esclusivamente per il tempo necessario alla completa applicazione delle patch lato server.

 

 

Riferimenti:

https://support.microsoft.com/en-us/help/4093492/credssp-updates-for-cve-2018-0886-march-13-2018

https://blogs.technet.microsoft.com/askpfeplat/2018/05/07/credssp-rdp-and-raven/

https://blogs.technet.microsoft.com/yongrhee/2018/05/09/after-may-2018-security-update-rdp-an-authentication-error-occurred-this-could-be-due-to-credssp-encryption-oracle-remediation/

 

 

 

 

 

Watchguard Autenticazione Accesso su Active Directory

Active Directory, in quanto repository centralizzato di utenti può essere utilizzato anche come sorgente di autenticazione per dispositivi quali Firewall, apparati di rete ed altro.

In questo articolo analizziamo come è possibile configurare Watchguard in modo che utilizzi l’Active Directory centralizzata al fine di definire utenti che possono effettuare l’amministrazione del Firewall stesso, oppure, sempre tramite AD consentire l’accesso tramite VPN SSL definite sul Watchguard.

Definizione delle sorgenti di autenticazione

Tramite l’accesso di gestione per mezzo del portale Web ( https://”ip-delFirewall”:8080) dal menù Authentication/Servers è possibile la scelta tra una serie di sorgenti di autenticazione, nel nostro caso utilizzeremo Active Directory.

Figura 1 Selezione Sorgente di Autenticazione su AD

A questo punto selezionando Active Directory procederemo con ADD e successivamente dovremo fornire le varie informazioni relative al dominio, o meglio ad un Domain Controller Primario e ad un DC secondario che verrà usato come alternativa in caso di indisponibilità del primario, dovremo poi specificare la “Search Base” relativa all’LDAP, è possibile specificare una particolare OU di ricerca per gli utenti.

I campi Group String e Login Attribute specificano le informazioni relative all’account di accesso sull’AD ( nel nostro esempio sono utilizzati i valori di dafault), è poi possibile specificare anche se la connessione avverrà tramite il protocollo LADP(s) ossia in modalità cifrata.

Figura 2 definizione del riferimento al Dominio di autenticazione

Se per ragioni di configurazione il FireBox non raggiungesse un DNS a conoscenza del dominio locale, è possibile specificare l’indirizzo IP dell’Domain Controller anziché il suo FQDN.

Proseguendo si procede al salvataggio della sorgente di autenticazione per il dominio, è comunque possibile definire più di un riferimento di autenticazione in modo da permettere ad utenti differenti di accedere tramite lo stesso dispositivo.

Verifica della configurazione

Terminato il salvataggio è possibile effettuare un test delle impostazioni, dove verranno richiesti utente/password di un account presente in AD

Figura 3 test dell’autenticazione su AD

Figura 4 risultato autenticazione corretta

Definizione dei permessi di accesso in VPN ad utenti AD

A questo punto si può procedere con l’attribuzione dei permessi di accesso in VPN SSL ad utenti residenti su Active Directory , con le impostazioni definite prima l’accesso avviene secondo l’appartenenza di un utente ad un gruppo definito in modo puntuale su AD, nel nostro esempio il gruppo i chiama SSLVpnAdmins

Figura 5 attivazione servizio VPN SSSL

Figura 6 impostazione del Gruppo e del server di autenticazione

Nelle impostazioni relative all’autenticazione, dovremo definire il gruppo AD sulla base del quale è consentito l’accesso agli utenti e dovremo anche configurare il server di autenticazione impostato in precedenza.

Figura 7 impostazione del nome gruppo

Nella figura 7 è riportata la modalità con cui è possibile definire il nome del gruppo che, in relazione al server di autenticazione verrà poi ricercato in Active Directory

Terminate le configurazioni viste sopra è possibile autenticarsi al Firebox direttamente al Portale Vpn Ssl con le credenziale definite su Active Directory è necessario in fase di accesso selezionare il dominio AD di riferimento nella forma.

Figura 8 accesso portale VPN

Definizione dei permessi di amministrazione del Firebox

Sempre sulla base delle autenticazioni analizzate in questo articolo è possibile fare si che determinati utenti di AD possano anche essere, o avere ruoli di amministrazione sul Firewall, i vari ruoli sono accessibili dal menù System/Users and Roles da cui è possibile attribuire i vari ruoli sulla base di un determinato utente dichiarato in Active Directory

Figura 9 definizione dei ruoli di gestione

Figura 10 impostazione del nome utente

Automazione dell’Avvio/Arresto di VM in Azure

Nella gestione dell’infrastruttura aziendale può essere normale dover configurare servizi che per i motivi più disparati necessitano di essere attivi per poche ore al giorno o per poche ore al giorno in pochi giorni la settimana.

A questo punto è utile poter gestire l’avvio e l’arresto automatico di determinate VM.

Dal punto di vista della sicurezza il mantenere attiva un VM espone i servizi ad attacchi, questo a prescindere che il Workload sia attivo internamente oppure in Cloud, quindi il mantenere spento un servizio che non deve essere utilizzato è sicuramente una considerazione che si può fare anche in termini di sicurezza.

Se la VM è attiva in Cloud l’aspetto del tempo di esecuzione è ancora più importante in quanto permette notevoli risparmi sui costi della gestione della sottoscrizione.

In Azure è possibile gestire senza particolari complessità un evento si spegnimento di ogni VM al giorno definendo anche l’invio di notifiche dell’evento.

Figura 1 Vm AutoShutdown

Tuttavia non è possibile con la medesima impostazione definirne ad esempio il riavvio, così come operazioni multiple, per questo tipo di attività è necessario agire tramite un Account di Automazione e la gestione al suo interno dei vari RunBook ai quali vengono poi applicate una o più pianificazioni la relazione tra le varie entità è la seguente

Account di Automazione – RunBook- Schedulazione

Il RunBook può essere generico ossia prevedere in fase di “chiamata” il passaggio parametri, ad esempio il nome del Wokload, e l’attività da eseguire ( Avvio/Arresto) oppure può contenere al suo interno già i parametri preconfezionati per un particolare VM ed una particolare azione.

Creazione di una attività pianificata

Per prima cosa è necessario creare un Automation Account dalla pagina principale di gestione della sottoscrizione

Figura 2 Selezione del Servizio

Figura 3 Creazione dell’Automation Account

A questo punto è possibile creare l’Account di Automazione definendo un nome ed eventualmente un Resource Group di riferimento completando poi la procedura con CREATE

Figura 4 Accesso alle Schedulazioni

Completata la creazione dell’automazione è possibile creare prima le schedulazioni, in realtà, come vedremo sarà possibile anche crearle successivamente, in questo caso creeremo una schedulazione impostata alle 7 dei giorni lunedì mercoledì e venerdì per procedere è sufficiente selezionare Schedules e poi confermare la scelta successiva

Figura 5 Creazione di uno Schedule

La schedulazione è impostata e con create la definiamo, una volta creata questa non è associata ad alcuna operazione, attività che faremo successivamente.

Il passo successivo prevede la creazione di un RunBook ossia del flusso di operazioni da eseguire, al quale andrà agganciata la schedulazione creata sopra nella pagina di creazione esistono già preconfezionati dei RB Tutorial

Figura 6 Creazione del RunBook

Figura 7 Creazione del RunBook (dettaglio)

Terminata la creazione, la Dashboard di Azure si posiziona in modo da consentire l’immissione dei vari comandi, il codice per l’esecuzione del comando di Avvio/Arresto di una VM può essere simile al seguente:

 

 

 

Figura 8 Esempio di codice per Avvio/Arresto VM

Ed è sufficiente copiarlo ed incollarlo direttamente nella pagina di creazione del RunBook

Figura 9 Definizione del Codice

È necessario salvare e pubblicare il RunBook, importante ricordare che questo deve sempre essere pubblicato per diventare operativo

A questo punto è necessario associare la Schedulazione creata in precedenza

Figura 10 definizione della schedulazione associata al RB

Figura 11

E successivamente definire i “parametri” di esecuzione che sono individuati direttamente dallo script tramite il pannello di gestione di Azure

Figura 12 Definizione dei Parametri passati allo script

A questo punto dalla dashboard di azure possiamo monitorare lo stato di esecuzione del RunBook e dei parametri passati in esecuzione.

Come abbiamo visto in questa modalità, tramite il passaggio di parametri allo script  possiamo utilizzare il RunBook per differenti VM e per azioni di spegnimento, tuttavia se volessimo potremmo ” Cablare ” direttamente nello script il parametri voluti in modo da rendere l’esecuzione strettamente legata alla VM, la scelta di una o altra modalità è personale e dipende anche numero di azioni e di VM che esistono.

Controllo delle attività del RunBook

Tutte le attività eseguite dal RunBook sono consultabili, dalla pagina Jobs del portale

Riferimenti:

https://docs.microsoft.com/it-it/azure/automation/automation-starting-a-runbook

https://docs.microsoft.com/en-us/azure/automation/automation-create-standalone-account

MeetUp TTG a Torino il 15 febbraio 2018

Io ed Ermanno Goletto giovedì saremo ospiti del meetup del 15 febbraio organizzato da Torino Technologies Group in cui analizzeranno in modo dettagliato i componenti di Active Directory e il loro impatto sul sistema in caso di malfunzionamento. Inoltre verranno approfondite le Best Practices e gli strumenti a disposizione nelle varie versioni di Windows Server per eseguire il troubleshooting e il disaster recovery di Active Directory.

LastLogon, LastLogonTimeStamp, LastLogonDate. Utilizzo degli attributi per la rilevazione di oggetti “Stale” in AD PS CMD-LET Search-ADAccount

Ognuno degli attributi presenti è utile per la rilevazione di quelli che sono gli oggetti scaduti o Stale all’interno di un’infrastruttura AD.

Sono utili quindi per determinare se un utente o un computer hanno effettuato un logon al dominio e nel caso basarsi su questo valore temporale per eventualmente eliminare i vari oggetti utente o computer non più utilizzati e che possono essere fonte di brecce nella sicurezza di un’infrastruttura AD.

Gli oggetti utente e computer hanno diversi attributi che riportano informazioni relative ad eventi di logon/logoff

LastLogon

Prima della versione 2003 di Windows Server era disponibile l’attributo LastLogon per determinare il reale evento di logon di un utente o macchina.

Il valore era aggiornato solo nel Domain Controller che effettivamente validava la richiesta di accesso.

L’attributo, che è ancora presente nelle versioni successive, non è replicato, quindi per effettuare una verifica basandosi su questo è necessario effettuare una query su ogni DC del dominio e considerando il più recente come valido.

Con le successive versioni di Sistema Operativo il significato ed il meccanismo di replica di questo attributo non è stato modificato.

In buona sostanza il valore contenuto in LastLogon si può considerare come assoluto soltanto se si dispone di un dominio con un solo Domain Controller.

1 attributo LastLogon su ambiente con più di un DC ed autenticazione non avvenuta sul DC interessato dalla query

LastLognTimeStamp

Nelle versioni di Windows Server dalla 2003 in poi è disponibile un nuovo attributo che è replicato tra tutti i DC, questo riporta in modo univoco il valore temporale espresso in FILETime, ossia il numero di intervalli di 100 nanosecondi che intercorrono tra il “momento” attuale ed il 1° gennaio 1601 riferito ad UTC.

2 attributo LastLogonTimeStamp sul medesimo DC e per lo stesso evento di Logon

Troveremo quindi un valore numerico all’interno di una variabile di tipo INT64, tale valore dovrà poi essere elaborato per poter essere letto nel formato data/ora classico.

È possibile con il comando w32tm /ntte eseguire una rapida conversione del valore contenuto nell’attributo

Fatte le considerazioni precedenti, in relazione alla differenza tra i due attributi, è possibile verificare tramite l’utility Repadmin, l’effettiva replica su tutti i DC degli attributi visti prima.

repadmin /showattr * “CN=Utente Test,OU=Test,DC=dominio,DC=loc /attrs:lastLogontimeStamp”

3 replica dell’attributo lastLogonTimeStamp

Questo attributo è replicato sui vari DC e popolato con lo stesso valore

mentre il valore dell’attributo LastLogon rilevato sempre con Repadmin riporterà esclusivamente il DC che ha effettuato l’autenticazione dell’oggetto.

Questo attributo può riportare informazioni non attuali, infatti è replicato secondo il valore impostato in un ulteriore attributo

ms-DS-Logon-Time-Sync-Interval attributo espresso in giorni da 1 a
100.000

This attribute controls the granularity, in days, with which the last logon time for a user or computer, recorded in the lastLogonTimestamp attribute, is replicated to all DCs in a domain.

Di default questo non è impostato e per valore predefinito è considerato pari a 14 giorni, l’aggiornamento del dato avviene in caso di logon e se questo valore è precedente alla data/ora attuale diminuita del valore in msDS-LogonTimeSyncInterval,

La sincronizzazione iniziale dopo l’elevazione del livello funzionale del dominio è calcolata come 14 giorni diminuita di un valore percentuale casuale di 5 giorni

4 stato dell’attributo LastLogon su tutti i DC

(è da notare che l’utente scelto per questa dimostrazione è stato creato ex novo ed ha eseguito un solo accesso)

Tramite ADUC è possibile visualizzare il valore convertito di questo attributo

Per attivare la visualizzazione degli attributi è necessario attivare la funzionalità di visualizzazione avanzata all’interno di ADUC

 

 

 

 

 

 

ADUC riporta la conversione del valore numerico in formato data/ora mentre la visualizzazione diretta del contenuto evidenzia il valore numerico

LastLogonDate

Un ulteriore attributo messo a disposizione per rilevare le attività di accesso di un oggetto macchina oppure utente è LastLogonDate, che è un valore calcolato localmente in relazione alla replica dell’attributo LastLogonTimeStamp.

Viene cioè convertito in data/ora il valore numerico dell’attributo LastLogonTimeStamp localmente ad ogni server e salvato nell’attributo LastLogonDate, risulta quindi utile in quanto permette di calcolare direttamente le differenze data senza la conversione necessaria con LastLogonTimeStamp.

Ad esempio risulta più semplice rilevare con un calcolo dinamico rispetto alla data odierna gli utenti che non eseguono accesso da più di n giorni

get-aduser -filter -properties Name,LastLogonDate |
Where-Object {$_.LastLogonDate -ge (get-date).adddays(-400)}

Search-ADAccount Powershell Cmd-Let

Finora abbiamo visto come una serie di attributi ed i valori in essi contenuti ci possono aiutare per la rilevazione in AD di alcune anomalie, come ad esempio oggetti non utilizzati.

In questo contesto powershell ci ha permesso di interrogare gli attributi interessati e di rilevarne il valore per poi determinare le nostre azioni.

In modo più strutturato, in PS è disponibile un cmd-let che è in grado di rilevare agevolmente quelli che sono gli Stale-Object.

Il command-let Search-ADAccount è utile per rilevare le informazioni di scadenza, blocco etc. relative ad un oggetto che effettua attività di logon al dominio Utenti, Computer o Service Account

Esempi:

Rilevazione di oggetti computer non attivi da più di 90 giorni

Search-ADAccount -ComputersOnly -AccountInactive | ? { $_.LastLogonDate -lt (get-date).AddDays(-90) } | Select-Object Name,LastLogonDate,DistinguishedName

Rilevazione di oggetti utente non attivi per più di 90 giorni

Search-ADAccount -AccountInactive -UsersOnly | ? { $_.LastLogonDate -lt (get-date).AddDays(-90) } | Select-Object Name,SAMAccountName,LastLogonDate,Enabled,LockedOut,PasswordExpired

Riferimenti

Microsoft Virtual Academy considerazioni sugli oggetti scaduti

Attributo LasLogonTimeStamp

Attributo LastLogon

Articolo Technet

Utilizzare il Windows Certificate Store in Mozilla FireFox

La gestione dei certificati all’interno del Browser Mozilla Firefox e, in qualche modo, la sua limitazione da questo punto di vista, è nota da tempo.

Con Mozilla fino a poco tempo fa non è stato possibile utilizzare lo Store di Certificati macchina, ma soltanto quelli installati direttamente nello Store “privato” del Browser.

Come annunciato la versione 49, ha introdotto in beta questa caratteristica, che è diventata definitiva dalla versione 52.

 

As of version 52, Firefox will also search the registry locations HKLM\SOFTWARE\Policies\Microsoft\SystemCertificates\Root\Certificates and HKLM\SOFTWARE\Microsoft\EnterpriseCertificates\Root\Certificates (corresponding to the API flags CERT_SYSTEM_STORE_LOCAL_MACHINE_GROUP_POLICY and CERT_SYSTEM_STORE_LOCAL_MACHINE_ENTERPRISE, respectively

 

La funzionalità è utile, tra l’altro, per utilizzare apparati di controllo del traffico che effettuano anche l’ispezione dei flussi SSL, per i quali è necessario distribuire sulle postazioni un certificato Self-Signed generato sull’apparato stesso.

Tramite GPO è possibile distribuire sulle postazioni il certificato, ma mentre con IE e Chrome la funzione di inspection non generava problemi, con Firefox agi utenti veniva presentato un Warning relativo al certificato non valido.

Come detto in precedenza, in modo stabile la versione 52 di Firefox “attinge” allo store locale di macchina, tuttavia questa funzionalità non è immediatamente disponibile, ma richiede che venga abilitata tramite il parametro

security.enterprise_roots.enabled

FF-SecurityRootEnabled1

normalmente impostato a False e che è necessario quindi settare come True

 

Considerazioni ulteriori:

Se da un lato Firefox ha colmato il divario con gli altri browser permettendo l’accesso allo store di macchina, permane ancora il problema della gestione centralizzata del Browser stesso, per poter meglio comprendere come è possibile la gestione di FF in ambienti di dominio, si rimanda alla lettura di questo articolo che tratta l’argomento in relazione al progetto FrontMotion.

Azure Log Analitycs Gestione dei campi Custom per ricerca e indicizzazione delle informazioni

Nei post precedenti relativi alla configurazione del servizio agent di OMS su Linux, ho avuto modo di illustrare come è possibile attivare le notifiche di Sicurezza relative ad Oracle verso Operations Management sul Cloud e come da Log Analitycs è possibile effettuarne la ricerca.

Di default vengono indicizzate le varie informazioni all’interno del messaggio Syslog generato dal sistema, mentre il testo vero e proprio del messaggio, quello generato dalla funzione audit del DB utilizzando la facilty local0 (nell’esempio), viene archiviato nella sua completezza.

in questo modo non è possibile effettuare una ricerca utilizzando come chiavi valori archiviati nel messaggio stesso.

All’interno di Log Analitycs è presente la possibilità di “costruire” filtri personalizzati andando ad indicizzare specifiche parti del messaggio Syslog in modo che queste possano poi essere usate come chiavi di ricerca.

In questo esempio si è fatto cenno ad un messaggio Syslog, in quanto per le esigenze specifiche si è utilizzata questa sorgente, ma la modalità operativa di indicizzazione dei messaggi è valida per qualunque “oggetto” all’interno di Log Analitycs.

L’indicizzazione di una parte del messaggio in archivio è attivabile selezionando

Immediatamente prima dell’inizio del messaggio vero e proprio, a questo punto come si vede nell’immagine sotto, viene evidenziato il testo, e la possibilità di estrarre i campi dal messaggio tramite “Extract Fileds from Syslog” dove Syslog è il nome del campo.

Selezionando questa opzione viene espanso ulteriormente il messaggio consentendo la manipolazione, o meglio la selezione di parte del contenuto, questa selezione, sarà poi ciò che verrà individuato ed “indicizzato” in ogni nuovo messaggio in arrivo.

È da tenere presente che l’operazione descritta sarà attiva solo per i nuovi messaggi, tutto quanto già immagazzinato non è interessato dalla nuova indicizzazione.

A questo punto si apre un ulteriore menù in cui è richiesto di specificare il nome del campo che sarà visualizzato nei report e la tipologia di dato, confermando con Extract, verrà presentata una Preview della selezione e la possibilità di salvarne l’impostazione.

L’elenco dei vari campi personalizzati che sono stati definiti è rilevabile nella console di OMS nella pagina delle impostazioni

Da qui è possibile la visualizzazione di tutti i campi Custom e la loro eventuale rimozione, selezionando Go To si ha disposizione una scorciatoia per l’attivazione rapida del filtro.

Da questo momento i dati in ingresso, sono indicizzati anche secondo questo criterio, ed il campo può essere interrogato direttamente dalla composizione della query di Log Analitycs

Lo strumento di reportistica a disposizione in Azure è sicuramente molto potente e può agevolmente sostituire costosi sistemi di archiviazione e gestione dei log la cui installazione finora è stata necessariamente on-prem.

Riferimenti:

https://azure.microsoft.com/it-it/services/log-analytics/

https://docs.microsoft.com/it-it/azure/log-analytics/log-analytics-overview

https://docs.microsoft.com/en-us/azure/log-analytics/log-analytics-custom-fields